Casella di testo: Elio Piroddi
Casella di testo: Lectio Magistralis
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…..Costruire,
significa collaborare con la terra,
imprimere il segno dell’uomo
su un paesaggio che ne resterà
modificato per sempre;
contribuire a quella lenta trasformazione
che è la vita stessa delle città…..

 

Marguerite Yourcenair, Memorie di Adriano, 1951

 

 

Roma, Facoltà di Ingegneria, aula del chiostro, 27 ottobre 2003.

 

Non vi nascondo che, al contrario di tante altre occasioni, questa lezione, se ancora vogliamo chiamarla così, mi ha costretto a riflettere a lungo sul senso che essa poteva o doveva avere e mi mette in un certo imbarazzo.

Prima di tutto perché non è solo l’ultima ma anche una delle prime: l’ultima per me, una delle prime per i corsi di urbanistica che si sono inaugurati qualche settimana fa. Questo doppio carattere comporta che siano presenti qui molti colleghi, che mi hanno ascoltato tante altre volte, alcuni studenti che forse mi hanno ascoltato qualche volta e la stragrande maggioranza degli studenti che non mi hanno ascoltato mai; non solo, ma che si sono accostati all’urbanistica soltanto da poco avendo frequentato solo il primo anno di corso.

E’ soprattutto per rispetto a questi studenti che ho scartato l’idea di fare una dissertazione e, tanto meno, una conferenza. Ho pensato invece che fosse preferibile trasmettere a loro, e a voi tutti, alcuni tratti della mia esperienza personale, del mio percorso. Ciò facendo contravverrò ad una delle prime regole del galateo, che insegna a non parlare o a parlare il meno possibile di sé. Spero che me ne scuserete. Come spero che mi scuseranno i colleghi, i dottori e i dottorandi, i collaboratori del laboratorio, insomma tutti coloro che, essendo già esperti o avanti con  gli studi, sentiranno cose a loro già largamente note.

 

Il primo contatto con la Facoltà di Ingegneria non avvenne, come non avviene neppure adesso, in queste aule, ma nelle aule degli ormai storici istituti di fisica, di chimica e di matematica della Città Universitaria. Si respirava già allora aria di architettura, anche se ancora non conoscevamo la loro l’importanza storica. Vi insegnavano alcuni grandi della fisica , come Bernardini e Amaldi, della matematica, come Picone, della geometria, come Conforti, della meccanica razionale, come Signorini, per citare solo i professori dei corsi che ho frequentato. I fisici erano i continuatori della “scuola romana” di via Panisperna, quella di Fermi. E, debbo dire, soprattutto dai fisici ho cominciato a capire la stretta parentela tra scienza e filosofia, una parentela che, col passare degli anni, finì col sembrarmi quasi una identità.

Il passaggio dal biennio al triennio non fu particolarmente esaltante. A me fece l’effetto di un salto di qualità all’indietro. Non voglio attribuirne la causa ad una eventuale diversa statura dei professori, ma semplicemente al modesto interesse che suscitavano in me alcune materie dell’ingegneria, la cui importanza apprezzai solo molto più tardi; troppo tardi per impararle sul serio.

Cominciai a pensare di avere sbagliato Facoltà, fino a quando non incontrai le materie dell’architettura. Non tanto la prima, che si chiamava come ora Architettura Tecnica, dove l’assistente che mi capitò cercò di convincermi che la prima qualità di una “palazzina” era la cornice del portone d’ingresso che possibilmente doveva comprendere anche la finestra del primo piano, quanto la seconda, che si chiamava, diversamente da ora, semplicemente Composizione Architettonica (nome che, a mio parere, dava una più precisa idea della sua vera natura). Fu un amore a prima vista. Non perché fossi particolarmente dotato ma perché mi divertivo, che è il primo requisito per interessarsi ad una qualunque cosa. Anzi, dopo i primi esercizi di composizione, decisi che le tre cose più divertenti al mondo erano, la prima che vi lascio indovinare, la seconda andare a vedere la partita, la terza fare il progetto di composizione. Il merito naturalmente era anche dell’assistente Sergio Bonamico che sento di dover ancora ringraziare, soprattutto per una frase che mi disse dopo aver visto il mio primo extempore e che da allora ho ripetuto non so quante volte in occasioni analoghe: “è il migliore, ma non sai disegnare; non è importante, col tempo imparerai”.

Il professore di Composizione era Giuseppe Nicolosi. Pessimo carattere, cattivissimo con gli assistenti (come ebbi modo di apprendere dopo, a mie spese), buono con gli studenti. Era un crociano e non cambiò idea quando il crocianesimo entrò in crisi. Era un modernista di scuola romana, come si chiamò poi il gruppo di architetti di cui faceva parte (insieme a De Renzi, Quaroni, Muratori e, soprattutto, Ridolfi) per distinguerlo dalla scuola detta “milanese”. Il suo atteggiamento verso il movimento moderno, Gropius in testa, era di adesione critica, mentre per tutti i giovani era di totale identificazione. Il passato per noi era un residuo da superare ed eliminare. I buoni stavano tutti da una parte, anche se erano così diversi come imparammo poi (da un Gropius, ad un Wright, da un Le Corbusier a un Mies ad uno Scharoun ad un Aalto); i cattivi tutti da un’altra: un’ammucchiata dove si trovava di tutto, da Brasini a Piacentini, da Coppedè a Koch. Il campione di questo manicheismo naturalmente era Bruno Zevi, che, a parte la sua travolgente faziosità, aveva un merito: di aver scritto, a meno di trent’anni, quello che è rimasto, a mio parere, il miglior libro italiano di storia dell’architettura moderna. Era quasi ovvio che la nostra fonte fosse lui, con la sua onnipresenza, con i suoi libri, con le sue riviste, con il suo IN/ARCH. Nicolosi era, se così si può dire, il contrario: schivo, scontroso, isolazionista. Però ci ha insegnato qualcosa che poi hanno detto in tanti, fin troppo: che c’era della buona architettura anche al di fuori del moderno, che il Piacentini del cinema Corso e del centro di Bergamo era affatto diverso da quello della città universitaria; che non era così semplice dividere il bene dal male. Nicolosi era per principio e per carattere contro le mode, contro le correnti, contro il nuovo fine a se stesso, ma anche contro gli sperimentalismi. Diceva che preferiva fare architettura con le parole di tutti i giorni, credeva evidentemente in una naturalità della buona architettura. Dopo uno scontro personale con lui, che mi estromise dall’Università per molti anni, me lo ritrovai inaspettatamente a favore quando propose, a mia insaputa, un premio per il quartiere ALPI.

Il mio primo contatto con l’Urbanistica da studente fu del tutto superficiale e non lasciò il segno. Feci la tesi in Composizione con Nicolosi, e più precisamente con il suo assistente Enrico Mandolesi; mi laureai, uscii dalla Facoltà, alquanto provato dai sei anni di studi di ingegneria, e afferrai la prima occasione di lavoro che mi si presentò: quella di disegnatore in un rinomato studio di architettura. Contemporaneamente cominciai a fare concorsi di progettazione.

 

Fu uno di questi concorsi (per il Piano Regolatore di Potenza) che mi offrì l’occasione di fare la prima vera esperienza di urbanistica (1). Ne seguirono altre, sempre fortemente intrecciate ad esperienze di architettura e di progettazione urbana, in un percorso eclettico, pieno di svolte, di deviazioni e di retromarce che scandalizzerebbe qualunque ricercatore serio di discipline con statuti più solidi dell’urbanistica.

Ma, quanto ad eclettismo, tra gli urbanisti della mia generazione credo di essere in buona compagnia. Penso che ciò sia dovuto almeno a due ragioni. La prima è la matrice architettonica di quella che potremmo chiamare la “via italiana all’urbanistica. La seconda è la intrinseca fragilità, o, meglio forse, labilità epistemologica dell’urbanistica, a proposito della quale Pièrre Merlin afferma: “l’urbanistica non può pretendere né lo statuto di una scienza, né di un’arte, né di una tecnica; forse quello di una prassi” (2). Magari, meno brutalmente, direi che l’urbanistica è un sapere tecnico che dirama le sue radici in altre discipline con statuto scientifico più forte.

Non è un caso che la letteratura urbanistica, e soprattutto le teorie sulla città, siano in gran parte opera di storici come Poète o Lavedan, di sociologi come Weber o Simmel, di geografi come Claval o George e, soprattutto, di figure transdisciplinari, come Mumford o Choay. Non è un caso che non si trovino libri di urbanistica che possano essere usati come veri libri di testo.

La verità è, come dice la Choay, che nella ricerca urbanistica non si può scindere la teoria dalla pratica (3) e, anzi direi io, è la pratica che alimenta la teoria. La verità è che il nostro vero libro di testo è la città. La città com’è oggi, quella che vediamo e viviamo, e la città com’era, quella che studiamo (per la verità troppo poco) nei libri di storia; la città come la interpretano gli artisti, come la descrivono gli scrittori.

Dunque l’Urbanistica ha uno statuto disciplinare debole. Ma a me pare che in questa debolezza stia anche il fascino dell’urbanistica. E’ impossibile capire, o tentare di capire, la città, il fenomeno urbano, gli insediamenti umani, senza studiarne, oltre agli aspetti fisici, quelli antropologici, sociali, economici, senza rileggere la sua storia, senza risalire, in qualche modo, alle cause prime, alla società che ha formato le città (non per nulla Geddes aveva proposto di chiamarla “polistica”). Quando affrontiamo un problema urbanistico, se non pretendiamo di essere tuttologi, dobbiamo far ricorso a strumenti (e “strumentisti”) di altre discipline, dobbiamo saper fare i direttori d’orchestra. Ma voi sapete che anche i direttori d’orchestra hanno l’obbligo di saper suonare almeno uno strumento: ebbene questo strumento è, per l’urbanista, lo spazio fisico. E qui le opinioni possono divergere e portare ad approcci all’urbanistica anche assai diversi, come dimostrano i differentissimi modi di insegnare l’Urbanistica.

 

Cominciai a insegnare grazie all’invito di Federico Gorio che mi propose di raggiungerlo, come assistente, nella nuova Facoltà di Ingegneria dell’Aquila. Gorio (l’autore della Casa del Maresciallo, quella che Zevi definì la più bella casa di Roma) è stato per me un amico e un maestro, non tanto come professore di urbanistica quanto come uomo di cultura e come persona. Ho condiviso con lui la lunga esperienza aquilana, la cui riuscita debbo anche ad alcuni amici e colleghi presenti. Solo Gorio poteva convincermi a lasciare L’Aquila per avere l’onore di prendere il suo posto a Roma quando lui lasciò l’insegnamento.

Nella mia prima esperienza didattica, attingendo anche a De Carlo, introdussi il concetto di urbanistica come studio della struttura organizzativa della città e del territorio. Il che significava in sintesi: all’urbanistica compete la prestazione, all’architettura la forma (in senso morrisiano). Quest’idea della prestazionalità in urbanistica è diventata poi di gran moda, ma devo dire che proprio insegnando ho dovuto constatare che una distinzione netta e sistematica tra struttura organizzativa e forma nei fatti non funziona. Se si smarriscono le coordinate spaziali e la dimensione estetica  del piano in quanto struttura della forma della città, l’urbanistica si frantuma, si dissolve e trasmigra in altre discipline. Perciò sono tornato ad attribuire al progetto urbanistico (o urbano, macro o micro non importa) un posto centrale nell’insegnamento di questa disciplina. Perciò credo che valga la pena di difendere quella che ho chiamato la via italiana all’urbanistica.

 

Altro discorso si può fare per la pianificazione territoriale, dove l’esigenza dell’integrazione con altre discipline è, per così dire, fisiologica. Ma ciò non toglie, e me lo conferma l’esperienza, che anche il pianificatore territoriale deve percepire e comprendere la struttura e la forma dello spazio fisico quale campo di convergenza, di applicazione, di ricaduta di quelle discipline. Ciò non toglie, infine, che la logica del progetto, la sua metodica, dal macro al micro, sia concettualmente sempre la stessa.

Mi hanno portato a questa convinzione proprio alcune esperienze fatte nel campo che sembra più lontano dal progetto propriamente detto, quello della pianificazione territoriale.

Qualcuno ricorderà che agli inizi degli anni ’70 furono inventate le Comunità Montane e i relativi Piani di Sviluppo, il che mise in moto una forbita accademia di urbanisti e pianificatori che ebbe, in realtà, scarsissime ricadute operative. L’istituto di Architettura e di Urbanistica dell’Università dell’Aquila, che allora dirigevo, utilizzò l’occasione offertagli dall’incarico di redigere il Piano della Comunità Amiternina (4), per mettere a punto, col decisivo contributo degli economisti della Camera di Commercio, un impianto metodologico che, al di là della circostanza specifica, potesse assumere una validità generale nel campo di quella che allora si chiamava la programmazione per progetti e che oggi si chiamerebbe la pianificazione strategica. Intendo parlare della sequenza Finalità-Obiettivi generali-Obiettivi specifici-Azioni e delle cosiddette “Schede progetto” (una formula, quest’ultima, che si estenderà poi anche ai piani urbanistici). Questo impianto metodologico, ulteriormente sviluppato, tornerà utile in successive esperienze e, in particolare, negli studi per i Quadri di Riferimento Territoriali dell’Abruzzo e del Lazio.  

Senza pretendere alcuna esclusiva, possiamo dire che il metodo è stato largamente condiviso e che ha avuto anche una certa efficacia pedagogica, nel senso di aiutare a cogliere il nocciolo dei problemi e a far emergere i diversi punti di vista, dissensi compresi. Il guaio è che gli effetti pratici di questi studi furono assai scarsi, non tanto per insipienza degli autori quanto per mancanza di volontà politica e di capacità tecnica delle amministrazioni di applicarli e gestirli.

Non è un caso che tra le esperienze di pianificazione o, meglio, di esercizio di pianificazione, queste a livello regionale, o, come si dice oggi, di area vasta, siano state le più deludenti. A questi livelli, più che a quelli inferiori, emerge con tutta evidenza la insanabile contraddizione che c’è nell’amministrazione del territorio tra la vigente ripartizione delle competenze per settori verticali e la natura intrinsecamente trasversale della pianificazione. A ciò si aggiunge la debolezza politica degli assessorati al territorio (sembra che il territorio politicamente non paghi) e, in molte regioni, la cronica insufficienza degli apparati tecnici. Posto infatti che, allo stato attuale dei fatti e della dottrina, il Piano è soprattutto una procedura, se non c’è chi sa gestirla l’utilità del Piano tende a zero.

Ma, se amate la speculazione intellettuale, non vi scoraggiate. Se per fare l’architetto ci vuole talento e per fare l’urbanista occorre un pizzico di paranoia, per fare il pianificatore è necessario almeno il gusto del gioco intellettuale fine a se stesso.

 

Ma lasciamo l’area vasta e torniamo a quello che io ritengo sia e debba rimanere il cuore della pianificazione urbanistica e cioè il Comune col suo Piano Regolatore.

Quando feci la mia prima esperienza in materia come autore del Piano di Potenza, Potenza era una città di poco più di quarantamila abitanti, arroccata su una montagna, con un centro storico di modesto valore e una prima periferia scivolata a valle. Era cominciata la grande espansione e sulle pendici della montagna si costruivano edifici con sette piani a monte e dodici a valle. Il Piano propose una strategia fondata su una prudente ristrutturazione del centro, sul superamento della struttura monocentrica, sull’utilizzazione di un tronco ferroviario come metropolitana di superficie, su un disegno puntuale dello sviluppo a breve termine e sulla scelta di una grande area di riserva per quello a lungo termine.

Risultati? Le direttrici di sviluppo sono state grosso modo rispettate ma i carichi urbanistici sono stati progressivamente aumentati con una serie di varianti. Il Piano è stato definitivamente travolto dalla ricostruzione post-terremoto. La città è diventata più brutta (brutta lo era già) oltreché caotica e invivibile.

In quegli stessi anni si metteva allo studio il primo Piano Regolatore di Roma del dopoguerra, con una direzione tecnica di grande capacità (5) e cinque consulenti (tra i quali Piccinato(6)) di indiscusso valore. La sua storia è nota. Le critiche che gli furono mosse anche. Alcune certamente giuste, come il privilegio alla mobilità su gomma o l’eterno rinvio ai piani attuativi. Ma se guardiamo al fondo della questione, del perché il nucleo portante – il sistema direzionale – non sia stato realizzato e la città si sia sviluppata nelle zone dichiarate inedificabili dando luogo ad un gigantesco abusivismo, non possiamo dare la colpa al Piano. I colpevoli vanno trovati altrove: nell’incapacità della politica prima ancora che nell’inadeguatezza delle sottostrutture tecniche.

Qualche anno dopo l’ottimismo della filosofia dirigistica e di quella che ho chiamato la pianificazione a “razionalità illimitata” ha trovato la sua massima espressione nel Piano Regolatore di Bergamo, frutto di un complesso e teoricamente perfetto apparato interdisciplinare guidato da Giovanni Astengo, forse l’unico vero “scienziato” dell’Urbanistica di quel periodo (valga per tutti, tra i suoi scritti, la voce “Urbanistica” scritta per l’Enciclopedia Universale dell’arte (7)). Intendiamoci bene: io considero il Piano di Bergamo un esempio da manuale di tecnica, di metodologia, di strategia urbanistiche. Tanto è vero che ha sempre costituito uno dei nuclei tematici delle mie lezioni e ancora oggi non saprei indicare un testo più appropriato per far conoscere come si fa un’analisi urbanistica, una previsione socio-economica, una valutazione costo/utilità, una distribuzione dei carichi calibrata, una rappresentazione grafica efficace.

E allora? Quali erano i punti deboli? Semplicemente due. Il primo: un’overdose di infrastrutture stradali, anche qui tutte destinate al trasporto su gomma, che nessun bilancio sarebbe stato mai in grado di finanziare; il secondo: gran parte dello sviluppo, una nuova città di oltre 30.000 abitanti, veniva collocata in un altro comune, senza che vi fosse uno strumento che potesse mettere in atto questa scelta.; che infatti non fu attuata.

A partire da quegli anni le città si svilupparono velocemente anche in difformità e spesso in aperto contrasto con i piani. Bergamo, Potenza, Roma di oggi rassomigliano ben poco ai loro piani regolatori. Le nostre periferie possono essere apprezzate da qualche architetto da salotto ma nessuna agenzia di viaggi organizza gite turistiche per visitarle. La verità è che sul nostro territorio si è consumato un disastro urbanistico di cui avranno da meravigliarsi i nostri posteri più lontani e che Mumford aveva previsto e diagnosticato con decenni di anticipo (8).

A guardare queste poche figure sembra che la città sia esplosa disperdendo i suoi frammenti nel territorio. Sappiamo che, in realtà, si tratta di una gigantesca moltiplicazione delle quantità edificate, di una progressiva dilatazione dei tessuti fino alla perdita della stessa nozione di tessuto, di un ribaltamento del rapporto tra vuoto e pieno. A Roma, per esempio, nel periodo postunitario la popolazione aumenta di circa quattordici volte, ma il territorio urbanizzato si moltiplica per cinquanta.

 

La moltiplicazione delle quantità in gioco porta anche ad una radicale mutazione qualitativa. Non si cresce così in fretta senza pagare un prezzo alla qualità. Già Melvin Webber quasi quarant’anni fa aveva parlato di “urban realm” per significare il passaggio dalla forma urbana alla città frammentaria e informe (9), mentre ancor prima Gottmann aveva usato la parola Megalopolis per indicare la grande conurbazione che si estende da Boston a Washington e pochi anni dopo la Choay coniava “posturbain” (10): tutti termini che denotavano una mutazione genetica dell’idea di città.

Naturalmente non si capisce nulla di queste mutazioni se non si guarda alla società. La interdipendenza tra i cambiamenti della società e quelli della città è, come sappiamo, tutt’altro che lineare: la città ha una rigidità, un ritardo enorme nel registrare i cambiamenti della società e, d’altra parte, non si limita a registrarli ma reagisce a sua volta. Contenuto e forma non si plasmano reciprocamente in modo complementare. Lo studio di questa interrelazione non è appannaggio esclusivo della sociologia e dell’urbanistica contemporanee. Oltre a ricordare Spengler o Simmel o Weber può sorprenderci quello che ha scritto Camillo Sitte oltre un secolo fa: “Che possiamo farci se gli avvenimenti pubblici sono oggi raccontati dai giornali invece di essere proclamati, come nel passato in Grecia o a Roma, da strilloni pubblici nelle terme o sotto i portici? Che possiamo farci se i mercati abbandonano sempre di più le piazze…se le fontane non hanno ormai che un valore decorativo?” Ma detto questo, aggiunge la Choay (a cui si deve questa citazione (11)), Sitte non rinuncia al valore della forma e ritiene che possa essere conservata e addirittura riproposta anche se “dissociata dai suoi contenuti” originari.

 Sarebbe diabolica presunzione credere che la colpa di quel disastro sia degli urbanisti. In verità la storia si è ripetuta un po’ dappertutto indipendentemente dalla bontà del piano. Il Piano (con la maiuscola) si è dimostrato, da un certo momento in poi, uno strumento troppo semplicistico per dominare un sistema complesso come la città. Il vero dramma dell’urbanistica moderna è che essa nasce proprio per dominare, per mettere sotto controllo questa complessità, ma ci riesce (parzialmente) solo all’inizio della sua storia, quando il Piano è ancora l’espressione di un potere forte (la Parigi di Haussmann, la Barcellona di Cerdà, la Vienna di Francesco Giuseppe, la Manhattan dei Commissioners), quasi quanto lo erano i poteri delle società autocratiche che hanno dato luogo alle splendide (e spesso gelide) rappresentazioni del disegno urbano sei-settecentesco. Appellarsi, come fa qualcuno - non solo Mumford, ma quasi tutta la letteratura, per così dire, organica - al modello omeostatico medievale è solo un’illusione ottica: anche allora la conformazione della città derivava dall’esercizio del potere; senonché questo ( e limitatamente ai liberi comuni) rappresentava un delicato, quasi miracoloso, stato di equilibrio tra i ceti emergenti  e non l’espressione di una pretesa collettività: un’assoluta eccezione nella storia della città.

Badate bene, potere forte non significa solo autocrazia. Anche il Municipio di Amsterdam rappresentava un potere forte: per il semplice fatto che deteneva la proprietà della terra. Nessuno mette in dubbio i meriti di un Berlage o di un Van Esteren, ma il punto di forza era quello; così come lo fu a Stoccolma o nelle new towns o, per venire all’Italia, nelle città pontine.

Il momento in cui il sistema non risulta più controllabile e gestibile con procedure semplici, con un disegno complessivo, è segnato dall’ingresso del mercato nelle vicende urbanistiche, dal fatto che i beni urbani diventano merce in regime privatistico del suolo (come mise bene in luce Hans Bernoulli (12)). Non che il mercato non agisse anche prima, ma la novità di quello che poi sarà chiamato “lo sfruttamento urbanistico del territorio” (Salzano) è che lo scambio non deve necessariamente essere finalizzato all’uso ma, di regola, è fine a se stesso, e cioè al possibile profitto (o rendita).

Il piano urbanistico di specie razionalista (termine di comodo per definire un periodo che non ha molto a che fare col “razionalismo” architettonico), per la sua natura geneticamente dirigistica, era intrinsecamente conflittuale col mercato. E riuscì, nei casi migliori, a smussarne le punte, ma di regola ne fu sopraffatto. Perché non disponeva di un potere abbastanza forte e, si aggiunga, perché gli investimenti pubblici sulla città si erano andati progressivamente riducendo.

Questo, si badi, non c’entra nulla col fatto che il Piano abbia il compito di rappresentare l’interesse pubblico e sia, o dovrebbe essere, deputato a proteggere i cosiddetti soggetti deboli. Questa rappresentanza e questa protezione si esercitano pur sempre in regime di mercato e di risorse scarse. Non facciamoci illusioni. Se il Piano pretendesse di rappresentare l’interesse pubblico e i soggetti deboli contro o al di fuori delle leggi dell’economia di mercato si infilerebbe in un altro vicolo cieco.

Quando l’illusione dirigistica è finita il piano ha cominciato a cambiare forma anche in Europa e in Italia.   Anzitutto per ritrovare un minimo di credibilità e di efficacia e poi perché nel frattempo era cambiata la città.

 

Il passaggio dall’urbano al posturbano fa parte di quel più generale fenomeno che alcuni definiscono come transizione dal moderno al postmoderno. In entrambi i casi si possono adoperare i termini, a mio parere più pertinenti, di iperurbano e ipermoderno. Sta di fatto, comunque, che una delle conseguenze di questo passaggio è che la forma urbana in quanto tale non è più leggibile e che il sistema urbano è un sistema per modo di dire in quanto privo di una struttura complessiva necessaria. Quindi abbiamo a che fare, come ormai tutti dicono, con una città di frammenti. Ma dobbiamo anche ricordare che con i semplici frammenti non si fa un mosaico. E che per fare un progetto non basta descrivere, diagnosticare, ascoltare.

Ma allora dobbiamo chiederci: è ancora possibile e necessario un progetto di città e cosa realmente significa?

A questa domanda dobbiamo rispondere che, nelle condizioni storiche date dell’urbanistica europea, un vero e proprio progetto della forma urbana non è più possibile. Non solo per la enorme complessità di questo sistema sui generis che è diventata la città, per la molteplicità dei centri di decisione che vi agiscono, per l’eterogeneità sociale, per la complicazione e la lunghezza dei percorsi attuativi, ma anche perché, in realtà, la città dei prossimi decenni è praticamente già costruita  e la fase storica che ci attende, anzi che stiamo già vivendo,  è quella della metabolizzazione di ciò che è stato costruito. Cosicchè le scelte localizzative non si costruiscono nel vuoto ma si fanno di volta in volta e punto per punto in base alle forze già in campo e ad una struttura precostituita, dove l’unica vera variabile è il sistema dei trasporti. Al che si aggiunge il potere quasi ubiquitario conferito alle diverse funzioni urbane dalla telematica.

 C’è chi non nega solo la possibilità di un progetto globale; nega tout court il Piano. Jean Nouvel, per esempio, ha dichiarato: “L’ urban design è morto, la pianificazione di prospettiva è morta”; la sola cosa da fare per l’urbanistica è di definire “un certo numero di strategie” (13). Dunque tutti a casa.

E invece no. Credo che il piano urbanistico non solo sia necessario per attuare una strategia ma per rendere espliciti diritti, doveri e regole sul territorio. Piano e strategia si intrecciano o, meglio, l’uno sottende l’altra, ma non coincidono. Si tratta di intendersi. Visto che il Piano Strategico è entrato nel lessico e, in alcuni casi, nella prassi, prendiamolo per quello che è: sostanzialmente una strategia economica e di marketing. Il piano urbanistico invece, se posso tentare una definizione ultraschematica, è una “mappa dell’offerta territoriale”, cioè una mappa delle opportunità che il territorio offre per lo sviluppo della città. Sottintende una strategia? In una certa misura, necessariamente sì; ma essa può non essere consequenziale ad un Piano Strategico inteso come sopra. Quello che non può mancare è una visione spaziale della città, un modello di riferimento. L’esempio di Roma, a questo proposito, mi sembra calzante: il nuovo Piano Regolatore, si è detto più volte, non è un piano strategico, ma un piano di “offerta territoriale”; ciò che lo sottende è una visione spaziale fondata sulla cosiddetta “ruota verde” e sul modello policentrico.

All’offerta territoriale - leggi assetto fisico - e al modello spaziale, si aggiunge la componente gestionale, che è un punto cruciale della pianificazione, coma già ripetutamente detto. Un piano ben fatto può essere letteralmente sgretolato da una cattiva gestione. Se nel passato la gestione si giocava sui grandi interventi pubblici o privati, oggi deve misurarsi con meccanismi interattivi, contrattuali, procedurali di grande complessità, alcuni dei quali portano, proprio per questo, il nome di “programmi complessi”.

 

Dunque nuove forme di piano - adattive, incrementali, interattive (14) - per una città che continuerà lentamente a cambiare ma non in modo radicale.

Ripeto: ciò non vale dappertutto. Se ci spostiamo in altre aree del pianeta la situazione è completamente diversa. All’estremo opposto, in Cina, si costruiscono decine di città nuove per milioni di abitanti (15). Si riproduce, ingigantita, la nostra situazione di sessanta anni fa: new towns, villes nouvelles e città che crescono a ritmo vertiginoso. In questo caso progetti fondanti non solo sono possibili ma sono necessari e, infatti, studi di urbanistica di mezzo mondo sono impegnati a disegnarli. E’ in quei territori che si gioca la nuova partita dell’ urban design, è in quegli studi che si pone ancora la questione della forma urbana. Con ricadute ancora assai scarse (salvo eccezioni) sul cosiddetto dibattito disciplinare di casa nostra.

 

Ma torniamo a noi. C’è uno spazio molto delicato in cui la città prende forma, al di là della sua forma complessiva che abbiamo detto essere ormai scarsamente riconoscibile, ed è quello del progetto urbanistico.

Spazio delicato perché, se posso permettermi un paragone stravagante, il piano è un po’ come la serie dodecafonica: come faceva notare Fedele D’Amico, la struttura dodecafonica, cioè la serie delle dodici note che strutturano una composizione, non traspare all’ascolto, non si percepisce. Quello che si percepisce sono i suoni. E analogamente i cittadini non percepiscono il disegno del piano ma semplicemente l’esito finale nelle sue tre, anzi quattro, dimensioni: le strade, gli edifici, i monumenti, gli alberi, le luci, il movimento. E’ solo in queste quattro dimensioni, nel prodotto finale del disegno, che si realizza, quando si realizza, la bellezza della città. In quanto momento di elaborazione, per così dire, transitivo dal piano generale al progetto dei singoli manufatti, il progetto urbanistico possiede senza dubbio una sua specificità e un suo spazio peculiare. E’ evidente che quando il passaggio dal progetto urbanistico al progetto architettonico viene condotto dalla stessa mano le cose si semplificano. Ma quando ciò non avviene, come nella maggior parte dei casi più importanti, le cose si complicano: perché allora il progetto urbanistico, o, in questi casi, quello che si usa chiamare “progetto urbano”, avendo a che fare con una compagnia di attori più numerosa, deve misurarsi con una procedura più complessa, soprattutto con la dimensione del tempo, con esiti più aleatori rispetto al progetto di architettura propriamente detto.

Di questo vorrei parlarvi ora proseguendo il racconto delle mie esperienze.

Vi porterò tre esempi: due che rappresentano il caso in cui progetto urbanistico e progetto architettonico sono degli stessi autori, l’altro il caso in cui il progetto urbanistico viene trascritto e messo in atto da altri.

Il primo è il progetto del quartiere ALPI a Roma (16) (primi anni ’60). Visto che mi erano stati concessi, come spesso avviene, pochi giorni per preparare lo schema urbanistico, per guadagnare tempo utilizzai quello già impiegato su un terreno simile per il progetto di un quartiere INA-CASA a Messina. L’idea strutturale era molto semplice: un tessuto edilizio continuo, formato dalla libera aggregazione di moduli-tipo spontaneamente adattabili all’altimetria del terreno, raccolto intorno ad uno spazio pedonale e disimpegnato da un anello viario perimetrale. Due solo tipi edilizi, uno, in linea, per le parti di sommità, l’altro, a blocco, per le parti acclivi. Il progetto esecutivo fu sviluppato dall’impresa, ma poi fummo richiamati per la scelta dei materiali e per le sistemazioni esterne, che ci fu dato di controllare punto per punto, quasi essenza per essenza.

Dico la verità; non ero molto soddisfatto dell’esito architettonico. Perciò mi meravigliai molto di ricevere per questo lavoro il premio INARCH ’69 per il miglior complesso residenziale realizzato. Poi seppi che la proposta era venuta da Nicolosi e me lo spiegai. Era colui che amava il linguaggio fatto con le parole di tutti i giorni, che rifiutava gli sperimentalismi, quel continuo parlare al di sopra delle righe, quegli ammiccamenti tra gli addetti ai lavori che trasparivano dalle pagine delle riviste. E, a proposito di riviste, voglio segnalare un’opera che la rivista L’Architettura di Zevi pubblicò insieme ad un altro mio progetto, di cui parlerò subito dopo. Si tratta del complesso residenziale di Notting Hills a Philadelphia (autore l’arch. Sauer), che mi è capitato di visitare pochi mesi fa e che a me sembra esemplare di un’architettura che invecchia bene e di quel  “galateo urbano” che dovrebbe guidare le operazioni di urban design (17).

Ebbene, oggi il quartiere ALPI è diventato un parco. Gli alberi riassorbono il profilo degli edifici. L’omogeneità tipologica trasmette un’immagine solida ma non monotona. Personalmente possono continuare ad essere non del tutto soddisfatto della sua architettura, ma alla prova del tempo ho capito che all'esito del progetto urbanistico, anche in un caso semplice realizzato in un unico ciclo, concorrono una serie di circostanze delle quali solo alcune ricadono sotto il controllo del progettista, mentre altre non meno importanti dipendono dalla perizia del costruttore, dalla capacità del gestore, dalla gradevolezza del contesto fisico.

Quanto questo sia vero è dimostrato dalle esperienze successive.

Il quartiere IACP di Tivoli, denominato ufficialmente Adrianella, ma che la gente chiama più semplicemente “il triangolo”, nasce da una ricerca architettonica più ambiziosa (sulla carta) della precedente. Il sito era completamente isolato e di grande valore paesaggistico. Anche il nostro gruppo (18) era fortemente influenzato dall’onda montante dei grandi segni sul territorio, delle grandi corti urbane, dell’autocostituzione della residenza come nuovo monumento della città. A due passi da quel luogo il Pecile di Villa Adriana sprigionava una suggestione enorme. Dopo una serie di tentativi in tutte le direzioni, il progetto si condensò in una forma semplice e conclusa, emergente dal terreno come un grande reperto. Alla grande corte aperta triangolare faceva da contrappunto, al suo interno, un microtessuto dove si evocavano i temi della strada corridoio, del crocevia, della piazza. Ogni dettaglio venne studiato con la massima cura. Si sperava che la mia presenza, come condirettore architettonico dei lavori, potesse assicurare la coerenza del progetto fino alla fine. Ma i guai, che non vi sto a raccontare, cominciarono non appena aperto il cantiere. Basti dire che i lavori sono durati circa dodici anni, io sono stato praticamente estromesso dalla supervisione architettonica e, come spesso accade in questi casi, sono finiti i soldi. Bilancio finale: l’opera conserva nonostante tutto l’impronta del progetto, la gente che vi abita non sembra insoddisfatta, ma la zona dei servizi è in stato di abbandono, le pavimentazioni e le sistemazioni esterne sono di fatto inesistenti, i giardini privati non stai mai assegnati, i dettagli sono andati a farsi benedire.

Quale che sia il parere degli esperti di architettura, il paragone tra i due casi parla da sé: invitate della gente, possibilmente non “esperta”, a visitare i due quartieri e sentite  cosa vi dicono.

Con il progetto di Casal Monastero (19) affrontiamo (il plurale è d’obbligo perché ero responsabile di un gruppo numeroso e composito) in modo esplicito il problema della progettazione urbanistica come fase di transizione autonoma dal programma del Piano (il primo PEEP di Roma) all’architettura del quartiere.

L’approccio metodologico, messo a punto dall’Ufficio del Piano Regolatore, era quello delle cosiddette Regole per l’edificazione, una sorta di sedimentazione progressiva di invarianti e di variabili . Il nostro progetto punta su alcune invarianti morfologiche, attraverso una precisa definizione dello spazio pubblico, dei margini edilizi, delle sistemazioni esterne e prospetta, per l’edificazione dei singoli comparti, un ventaglio abbastanza ampio di soluzioni conformi, tutte fondate sulla stretta correlazione tra i lotti edificabili e la strada. Si trattava di un procedimento piuttosto sofisticato che avrebbe richiesto una unità di gestione, una regia, dal progetto urbanistico ai progetti edilizi, alla costruzione, le quali puntualmente non hanno avuto luogo.

Ebbene, a cose fatte  è facile constatare che in mancanza di un coordinamento interattivo le regole che il progetto aveva dato non sono state risolutive agli effetti della qualità dell’architettura. Sono bastate alcune cadute di stile nelle variabili, per così dire, secondarie (un portico, una ringhiera, un cornicione, un colore, una recinzione) per mettere in crisi la coerenza dell’insieme. Ciò deriva, con tutta evidenza, dalla ormai cronica incapacità di parlare un linguaggio comune (quella lingua di tutti i giorni che amava Nicolosi). Ma anche dai tremendi dislivelli esistenti all’interno della classe professionale. Col senno di poi possiamo dire che dovevamo essere più stringenti, che la chiave del successo del quartiere ALPI – varietà morfologica, unità tipologica – forse avrebbe funzionato meglio, proprio per la pluralità degli attori in gioco (progettisti, imprese, clienti). La sintassi urbanistica non basta; occorre partire dalla grammatica edilizia. Quanto allo spazio pubblico, a tutt’oggi non se ne può neppure parlare perché quasi nulla dei servizi e dell’arredo è stato realizzato e quel poco in modo difforme dal progetto. Come vedete, quale che sia la qualità del progetto, si ricade sempre sullo stesso punto dolente: l’efficienza o l’inefficienza della sua gestione.

 

L’esperienza del secondo PEEP di Roma, benchè circoscritta al campo della residenza pubblica, segnò un momento interessante del dibattito sul progetto urbanistico e sull’architettura della città. Dovendo condensarne in due parole il senso, potremmo dire che, dopo la stagione della residenza-monumento e dei grandi segni, nella quale si erano accollate all’architettura della residenza ruoli e simbolismi che essa non era adatta a svolgere e a rappresentare, pur, non dimentichiamolo, con alcuni risultati di eccellenza, si torna all’idea di tessuto.

L’idea di tessuto, come tutti sanno, viene dalla tessitura di fili finalizzata alla produzione di una stoffa. Traslato nella morfologia urbana la parola tessuto significa un insieme di strade, piazze, edifici, giardini che ordiscono una struttura continua di grana approssimativamente uniforme dove ogni elemento è complementare a tutti gli altri, è legato a tutti gli altri da uno stato di interdipendenza necessaria. Gli esempi sarebbero innumerevoli ma, restando al “moderno”, possiamo dire molto schematicamente che sono “forme tessuto” la Barcellona di Cerdà, la Amsterdam di Berlage, le città-giardino; non lo sono i quartieri (siedlungen) di Gropius o la Ville Radieuse di Le Corbusier o la Berlino di Hilberseimer.

Tra le forme-tessuto contemporanee possiamo citare la Villa Olimpica di Barcellona e il progetto urbano dell’IBA a Berlino, forse il primo significativo esperimento di ritorno al tessuto condotto in Europa (20).

Parecchi anni fa, esaminando come componente della giuria di EUROPAN, i progetti dei giovani architetti europei, notavo che, pur essendo già immersi in un clima postmoderno, in loro fossero ancora, e talvolta inconsciamente, radicati i principi della tabula rasa, e della ipersemplificazione morfologica ereditati dal moderno. Più o meno nello stesso periodo Christopher Alexander pubblicava il suo libro “A New Theory of Urban Design” (21) nel quale raccontava una simulazione progettuale da lui condotta con un gruppo di studenti e assistenti su un’area dismessa di S. Francisco. Da questo esperimento sul campo egli  desumeva un insieme di regole generali che dovrebbe portare alla costruzione incrementale e diacronica di un tessuto in cui il protagonista della forma urbana torni ad essere lo spazio pubblico (come nelle città storiche europee evocate come punto di partenza della sua riflessione).

Sviluppando questi ragionamenti e sulla base dei contributi provenienti dalla letteratura (Gregotti, Secchi, De Carlo, Krier, Morales, ecc.) ho esposto una tesi che può essere sintetizzata così: le città contemporanee sono frutto di un processo esplosivo e perciò sono città di frammenti; alla fase esplosiva seguirà (e sta di fatto già seguendo) una fase implosiva; questa fase può portare ad una ricomposizione della città se si recupera l’idea di tessuto, la quale può rinascere sulla base di nuove regole. Nuove rispetto al progetto urbano moderno o, almeno, al suo versante più radicale.

Ho provato ad enunciare queste regole o, più precisamente, metaregole o, più modestamente, criteri generali, nella forma delle antinomie che vedete: sottrazione/addizione, discontinuità/continuità, semplificazione/complessità, tipologia/morfologia, sincronia/diacronia, immagine/uso; dove il primo termine rappresenta il polo negativo e il secondo quello positivo. In estrema sintesi si può dire che essi tendono a restituire alla progettazione urbanistica la dimensione del tempo (diacronia), il suo carattere, per così dire, metabolico; a fare in modo, come nei sistemi complessi, che il valore del tutto risulti maggiore di quello della somma delle singole parti.

Questa tesi presuppone che la ricomposizione della città sia un obiettivo non solo giusto ma possibile, ben inteso in una prospettiva storica di lungo periodo. Postulato sul quale si potrebbe discutere in quanto non condiviso da tutti. Ma sta di fatto che l’idea di tessuto è riemersa da tempo nella progettazione urbanistica, soprattutto nei casi di impianti progettati ex novo, come quelli delle città nuove in Cina o negli Stati Uniti. Nelle condizioni date della città europea l’idea non è sempre applicabile, ma ricordo, di passaggio, che anche il discorso fatto dalla Commissione Rogers “Verso un nuovo Rinascimento urbano” (22) in fondo va nella stessa direzione. 

 

Tornando ancora per un momento al mio percorso, nel ’90 partecipai (con Franco Donato, Paolo Colarossi ed altri amici) al concorso ACER “Quale periferia per Roma” vincendo il primo premio ex aequo (23). Metabolizzazione delle preesistenze, complessità e stratificazione sono anche qui le idee guida del progetto. Il sistema ipotizzato consiste in un grande anello infrastrutturale che individua un parco costruito, con funzione di area di accesso alla città. Fatta eccezione per l’anello stradale, che rappresenta la grande invariante, il metodo proposto è quello della progressiva definizione morfologica del sistema attraverso una sequenza di ipotesi alternative o, se volete, di variazioni sul tema, che avrebbero dovuto maturare organicamente nel tempo storico della realizzazione. Si trattava, in sostanza, non più di metaregole, ma di vere e proprie regole della forma urbana di cui lo stesso progetto non era che una esemplificazione: metodo che richiama quello del progetto di Casal Monastero e che viene applicato sistematicamente nei nostri corsi di urbanistica.

Se dovessi dare un titolo a questo progetto lo chiamerei “tema con variazioni”. Le variazioni su un tema dato – supponiamo le nostre invarianti – sono una tecnica che aiutano a tener ferme certe regole e a sperimentarne esiti sempre diversi. Visto che tra poco citerò quello che ha scritto Massimo Mila a proposito di Brahms vi farò ascoltare alla fine proprio un famoso pezzo di Brahms che porta questo titolo di Variazioni su un tema (“di Haydn”, in realtà un tema popolare attribuito ad Haydn).  

 

Ma non vi sembri che salti di palo in frasca se dico che il problema delle regole chiama in causa la bellezza della città. Posto che la città, come ha scritto Mumford, è la massima opera d’arte, o, mi permetto di tradurre, il massimo artificio dell’uomo, e che questo artificio si realizza in concreto solo nelle tre, anzi quattro, dimensioni dello spazio, l’intreccio con i percorsi delle altre arti, e quindi con l’estetica, è inevitabile.

Il problema è stato sollevato, tra gli altri, dal libro “Tutte le isole di pietra” di Paolo Colarossi e Judith Lange (24) e, poco prima, da l’”Estetica della città europea” di Marco Romano (25), oltre che dalla tesi di dottorato del nostro Nino Cappuccitti (26). Senza entrare nel merito delle tesi di questi autori, riflettevo allora sul fatto che noi, proprio noi architetti e urbanisti, non possiamo rimuovere il problema della bellezza. Lo possono fare altri artisti, ricorrendo a quella “estetica del brutto” che non è un’invenzione di oggi o a quelle pure provocazioni che privilegiano il messaggio rispetto all’intenzionalità estetica, ma non gli urbanisti-architetti. Per il semplice motivo che la città non si può decontestualizzare, la bellezza della città non è, per dirla con termini kantiani, una bellezza “libera” ma una bellezza “aderente”: una bellezza, cioè, che inerisce ad un oggetto che ha uno scopo diverso da quello artistico. Prima di esser bella, infatti, una città dovrebbe essere giusta ed efficiente; comunque deve rispondere a esigenze funzionali che non possono essere eluse, dalle quali, tuttavia, l’intenzionalità estetica non si può dissociare. Perché anche la bellezza è un’esigenza, talvolta latente, ma reale, che appartiene alla sfera dei bisogni psichici.

Scrive Paolo Colarossi: “Tra i desideri di tutti i cittadini vi è certamente quello, espresso in modo più o meno esplicito, di vivere in una bella città e in bel quartiere, anche se le parole bello e bellezza vengono usate, a proposito della città, spesso inconsapevolmente, o dando loro significati spesso vaghi, intuitivi, personali”. Il problema, aggiungo io, è che questo desiderio viene rifratto e deviato verso che quelli che Galbraith chiama “i lussi privati” (opponendoli ai “pubblici squallori”). Perché la cosiddetta civiltà di massa, la produzione di massa, la città di massa, non sono portatrici di bellezza.

In termini statistici  qualunque cosa di nuovo si costruisca ha molte più probabilità di essere brutta che di essere bella. Adolf Loos, persona non sospettabile di antimodernismo, nel 1907 (occhio alla data) a proposito di Vienna scriveva: “Quando nel centro della città viene demolito un edificio non si prova sempre un brivido di spavento al pensiero di quale atrocità ne prenderà il posto?” (27). Figuriamoci se potesse vedere quello che è successo dopo!

La distanza qualitativa che separa la produzione media dalle poche opere di eccellenza, che fanno il giro delle riviste di architettura, è abissale. L’obiettivo del Bauhaus, di qualificazione della quantità in architettura è fallito (e non è difficile spiegarsi perché lo stesso fallimento non abbia colpito il design). I messaggi colti, quello razionalista come quello organico, per non parlare degli ismi successivi, non hanno fertilizzato la produzione di massa. La qualità complessiva dei quartieri disegnati nel secolo scorso da un Pirani o da uno Stubben, da uno Stein o da un Saint Just, così come da un Berlage o da un Unwin, non dipendono tanto dalla bontà del loro disegno urbanistico quanto dalla consonanza di un discorso corale, da un mestiere che sosteneva le opere più ambiziose come quelle più modeste, che permeava l’arredo urbano e l’edilizia corrente; insomma da una cultura. Il più delle volte in questi casi le regole erano implicite e non dettate dal progetto. Quando occorrono troppe regole esplicite vuol dire che ci sono poche regole condivise. Ed è proprio il caso dei nostri tempi.

Forse questa dei comandamenti, delle regole, del progetto in progress costituisce, se si vuole, una linea “debole”. Non può valere per gli episodi eccezionali, quelli che Aldo Rossi definiva come monumenti, quelli che si risolvono all’interno della propria logica formale e della poetica dell’autore. Ma non si può fare di ogni cosa un’eccezione, una deroga. Le deroghe hanno senso quando si pongono in posizione dialettica con un sistema di regole. Così come i monumenti acquistano senso quando si collocano in un tessuto.

Personalmente sono convinto che la forma senza regole non ha senso: è una contraddizione in termini perchè senza regole la forma diventa amorfa, cioè priva di se stessa. Massimo Mila, il grande critico musicale (e grande alpinista e grande uomo), scrivendo di Brahms “un protagonista di quella che si suol chiamare la crisi della civiltà”, condensa in poche righe il dramma di chi, pur cercando di esprimere il nuovo, non intende rinunciare alla disciplina della forma: “La forma sonata su cui rimase crocifisso per tutta la vita non fu un fardello del passato subito passivamente, ma fu un arma. Un’arma di autodifesa. La forma come argine. Fu autodisciplina severamente imposta per accettare dignitosamente le frustrazioni della condizione umana.” Notate bene quello che scrive Mila: la forma come “autodifesa”.

Ebbene, l’arte moderna ha fatto piazza pulita del sistema di regole del passato. Ma non per instaurare un mondo senza regole. Chi ha inteso questo ha sbagliato. Basti pensare alle regole della dodecafonia con le quali Schonberg pensava di soppiantare una volta per tutte il sistema tonale o alle sette invarianti dell’architettura moderna di Zevi. Non ho titoli per fare un discorso sull’arte contemporanea, ma a me sembra che la rottura degli argini si è prestata a molte mistificazioni. Anche l’architettura non ne è esente ma, fortunatamente, non ne consente quanto ne consentono le altre manifestazioni artistiche. Perché gli architetti, e ancora di più gli urbanisti, devono fare i conti con la realtà, devono convincere le persone, i cittadini, gli amministratori, i politici, ad utilizzare le loro idee, ad abitare le loro opere, devono convincere qualcuno a spenderci un sacco di soldi. Perciò e’ più difficile barare.

Perciò, avete visto da questi pochi esempi che, in fondo, riguardano una piccola storia come tante altre, praticare l’urbanistica e l’architettura è un esercizio duro. Fai cento progetti per vederne realizzati dieci, spesso diversi da come avresti voluto.

Ma, ripeto ciò che ho detto all’inizio. L’ho trovato un esercizio talmente appagante e, letteralmente, divertente che lo consiglio a tutti. Provateci e vedrete: vi divertirete anche voi.

Roma, tessuti urbani nel 1870 e oggi

La forma incrementale

La forma interattiva

La forma descrittiva

La forma programmatica

La forma strutturale

La forma perequativa

La forma figurativa

La forma prestazionale

Le nuove forme del piano

Elio Piroddi (capogruppo), Paolo Colarossi, Franco Donato, Roma, concorso ACER “Quale periferia per Roma Capitale?”, 1990 — Primo premio ex aequo Parco attrezzato per l’area della Bufalotta

(1) Concorso per il PRG di Potenza, I premio (E. Piroddi capogruppo, S. Bonamico, V. Mascia)

(2) P. Merlin, “L’Urbanisme”, Presse Universitaire de France, Paris 1991

(3) F. Choay, “L’histoire et la mèthode en urbanisme” in M. Roncayolo et T. Paquot (sous la direction de) “Villes et Civilisation urbaine”, ed. Larousse, Paris 1992, pag. 276

(4) Piano di Sviluppo Socio-economico della C.M. Amiternina; Istituto di Architettura e Urbanistica dell’Università dell’Aquila (dir. E. Piroddi), Centro Studi CRESA (dir. S. Fiocco)

(5) L’Ufficio del Piano Regolatore era diretto da P. Samperi

(6) Con L. Piccinato, M. Fiorentino, P. M. Lugli, V. Passarelli, M. Valori

(7) G. Astengo, voce Urbanistica, in Enciclopedia Universale dell’Arte, Istituto per la collaborazione culturale, Venezia-Roma, 1966, vol. XIV, pp. 541-642.

(8) L. Mumford, “La Città nella Storia”, prima edizione originale 1961, trad. it. ed. Comunità, 1963, pag. 651

(9) M. Webber, “The urban place and the non-place urban realm” in M. Webber, “Exploration in the urban structure”, University of Philadephia Press, 1967

(10) F. Choay, op. cit., pag. 277

(11) F. Choay, op. cit., pag. 271

(12) H. Bernoulli, “La città e il suolo urbano”, Vallardi, Milano, 1951

(13) In “La ville”, Six interviews d’architectes realisées par O. Fillion, Le Moniteur, Paris 1994

(14) E. Piroddi, “Le nuove forme del piano urbanistico” in Urbanistica 114, 2000

(15) A. Cappuccitti, Modelli e progetti per le città nuove contemporanee, in La nuova cultura delle città, atti dei convegni Lincei, Accademia dei Lincei, 2003

(16) E. Piroddi con G. Sterbini, coll. P. Strini, pubblicato in L’Archtettura n.165, 1969

(17) L’Architettura n. 407, settembre 1989

(18) E. Piroddi, con A. Bruschi, P. Jacobelli, L. Lemmi, pubblicato in L’Architettura cit.

(19) E. Piroddi (capogruppo) con F. M. Brancaccio, R. Capocaccia, F. Donato, M. Liistro, M. Mondelli, G. L. Rolli, T. Valle, G. Zani, pubblicato in Quaderno USPR n. 12, 1986

(20) Internationale Bauausstellung Berlin, 1987, diretta da J. P. Kleihues

(21) C. Alexander e altri, “A new Theory of Urban Design”, Oxford University Press 1987, tradotto in it. A. Barresi (a cura di), “Una nuova teoria del disegno urbano”, Gangemi 1997

(22) Urban Task Force chaired by Lord Rogers of Riverside, “Towards an Urban Renaissance”, Crown Copyright London 1999, Distributed by E&FN Spon

(23) E. Piroddi (capogruppo) con P. Colarossi e F. Donato, pubblicato in “Quale Periferia per Roma Capitale?”, ed. Gestedil 1991

(24) P. Colarossi e J.  Lange (a cura di), “Tutte le isole di pietra”, Gangemi, Roma 1996

(25) M. Romano, “L’estetica della città europea”, Einaudi, Torino 1993

(26) A. Cappuccitti, Le regole del progetto urbano — Il controllo della qualità progettuale negli strumenti dell’urbanistica concertata, tesi di dottorato, 1998

(27) A. Loos, “Parole nel vuoto”, gli Adelphi, Milano 1972

Giuseppe Pagano: Istituto di Fisica, Roma, Città universitaria, 1932 - 1935

Gio Ponti: Scuola di Matematica, Roma, Città universitaria, 1932 - 1935

Quartiere Parioli, Roma, palazzina

Giuseppe Nicolosi: Chiesa di S. Policarpo, Roma, 1960 - 1967

Mario De Renzi: Palazzina Furmanik, Roma, 1938 - 1940

Mario Ridolfi (con M. Fagiolo): Edificio postale in Piazza Bologna, Roma, 1935

Walter Gropius: edifici del Bauhaus, Dessau, 1926

Frank Lloyd Wright: Casa Kaufmann, “La Cascata”
Collinsville, Pennsylvania, 1936 - 1937

Le Corbusier: Ville Savoye, Poissy, 1929 - 1931

Mies Van Der Rohe: Padiglione tedesco, Esposizione Internazionale di Barcellona, 1929

Gaetano Koch: Palazzo dell’albergo Majestic in Via Veneto, Roma, 1896

Gino Coppedè: quartiere omonimo, Roma, 1921

Marcello Piacentini: Cinema-teatro Corso, Roma, 1915 - 1917

Marcello Piacentini: Palazzo del Rettorato, Roma, Città Universitaria, 1932 - 1935

Enrico Mandolesi: sede dell’Opera universitaria, Roma, 1967

Federico Gorio: Casa del Maresciallo, Roma, 1958

Roma, Piano Regolatore Generale del 1962

Roma, borgata di Borghesiana - Finocchio

Roma dall’alto, 1919

Roma dall’alto, oggi

Roma: tessuti urbani e modelli insediativi della città contemporanea

Roma: il Piano Regolatore Generale adottato nel 2003

E. Piroddi, G. Sterbini: Quartiere ALPI, Roma, 1962 - 1967

E. Piroddi, G. Sterbini: Quartiere ALPI, Roma, 1962 - 1967

E. Piroddi, G. Sterbini: Quartiere ALPI, Roma, 1962 - 1967

I. Guidi (capogr.), E. Piroddi, C. Nucci e altri: Quartiere Ina Casa S. Filippo, Messina, 1960

Louis Sauer: Penn’s Landing Square
Philadelphia Pennsylvania, 1968 - 1970

Louis Sauer: Penn’s Landing Square
Philadelphia Pennsylvania, 1968 - 1970

A. Bruschi, P. Jacobelli, G. Lemmi, E. Piroddi (sovrintendente architettonico ai lavori): Quartiere IACP Adrianella, Tivoli, 1974

A. Bruschi, P. Jacobelli, G. Lemmi, E. Piroddi (sovrintendente architettonico ai lavori): Quartiere IACP Adrianella, Tivoli, 1974

M. Fiorentino (coordinatore generale): Piano di Zona n. 61 Corviale Roma, 1972 - 1982

E. Piroddi (capogruppo), F.M. Brancaccio, R. Capocaccia, F. Donato, M. Liistro, M. Mondelli, G.L. Rolli, T. Valle, G. Zani, Quartiere Casal Monastero, Roma, 1986

E. Piroddi (capogruppo), F.M. Brancaccio, R. Capocaccia, F. Donato, M. Liistro, M. Mondelli, G.L. Rolli, T. Valle, G. Zani, Quartiere Casal Monastero, Roma, 1986

E. Piroddi (capogruppo), F.M. Brancaccio, R. Capocaccia, F. Donato, M. Liistro, M. Mondelli, G.L. Rolli, T. Valle, G. Zani, Quartiere Casal Monastero, Roma, 1986

E. Piroddi (capogruppo), F.M. Brancaccio, R. Capocaccia, F. Donato, M. Liistro, M. Mondelli, G.L. Rolli, T. Valle, G. Zani, Quartiere Casal Monastero, Roma, 1986

Carlo Celli: Quartiere IACP Rozzol Melara, Trieste, 1970

Luisa Anversa (capogruppo): Piano di Zona “La Mistica I”, Roma, 1985

Pianificazione strategica: la sequenza Finalità-Obiettivi generali-Obiettivi specifici-Azioni-Schede Progetto

Federico Gorio (capogruppo): Piano di Zona “Torraccia”, Roma, 1985

I. Cerdà: Piano di Barcellona, 1859

H.P. Berlage: Piano per Amsterdam sud, 1915

L. de Soissons: Welwin Garden City, 1919

Le Corbusier: La Ville Radieuse

Berlino: interventi IBA

Le regole della ricomposizione urbana

Gregotti International: Jiangwan New Town, Shanghai
Repubblica Popolare Cinese, 2001

Duany Plater - Zyberck and Co.: Seaside, Florida, USA, Masterplan, 1980

Elio Piroddi (capogruppo), Paolo Colarossi, Franco Donato, Roma, concorso ACER “Quale periferia per Roma Capitale?”, 1990 — Primo premio ex aequo Parco attrezzato per l’area della Bufalotta